Breve storia della Maremma: da palude a importante territorio vitivinicolo

Breve storia della Maremma: da palude a importante territorio vitivinicolo

Maremma: regione storica tra Toscana e Lazio

La vasta regione storica della Maremma, che si estende per circa 5000km² tra Toscana e Lazio, ha subìto profondi stravolgimenti nel corso del tempo. La sua immagine storica – ancora valida all’inizio del Novecento – si basa sul silenzio di grandi stagni sui quali si specchiano le nuvole portate dallo scirocco, sulle mandrie di cavalli e sui butteri. Immancabili il frusciare delle cannucce, l’acquitrino sotto la macchia, i lavoratori stagionali che s’avventuravano nel latifondo, lo svernare di greggi, i carbonai nel bosco e l’invisibile ma funesta presenza della malaria.

Le origini del nome Maremma

Oggi invece per descriverla usiamo altri simboli: le spiagge lunate davanti alla pineta, il corbezzolo, il mirto e il lentisco nella macchia mediterranea e i suoi sentieri sui promontori, l’ulivo, il leccio e il cipresso, il segno etrusco, i borghi murati e le rocche medievali. Il toponimo “Maremma” ha due possibili origini: secondo alcuni storici deriva dal latino maritima, secondo altri dal castigliano marismas che significa “palude”. Quest’ultima ipotesi non è da considerarsi peregrina, visto che nell’Alto Medioevo il ristagno delle acque dei fiumi conseguente all’innalzamento dei tomboli (i cordoni d’acqua costieri) provocò l’impaludamento della parte bassa del territorio, con conseguente spopolamento.

Così questo territorio, talmente florido in epoca etrusca e romana da poter essere definito “pingue granaio d’Etruria”, entrò in crisi. Quattro emblematici esempi letterari ci testimoniano lo stato di desolazione in cui la Maremma era sprofondata: la celebre terzina del XIII canto dell’Inferno di Dante («Non han sì aspri sterpi ne sì folti / quelle fiere selvagge che ‘n odio hanno / tra Cecina e Corneto i luoghi còlti»); il “Discorso sopra la Maremma Toscana” (1737) dell’arcivescovo Sallustio Bandini; la canzone popolare “Maremma amara” (prima metà dell’Ottocento) di un autore rimasto anonimo e gli “Studi di Archeologia Forestale” (1863) di Adolfo di Berenger.

La grande bonifica della Maremma

Il 27 aprile 1828 il granduca di Toscana Leopoldo II emanò l’editto per la bonificazione della Maremma a spese dello Stato. I lavori cominciarono ala fine del 1829 e vi furono impiegati circa 5.000 operai arrivati da varie parti della Toscana, da altri stati italiani e dall’estero, sotto la direzione del cavaliere Alessandro Manetti. A rendersi protagonista di questa fondamentale opera di bonifica fu anche Giuseppe Mazzanti, detto “il fattore di Bolgheri”.

Grazie all’esperienza e all’osservazione del naturale movimento delle acque durante le piogge, chiuse l’ormai inutile canale detto Seggio Vecchio e ne scavò un altro detto Seggio Nuovo, rendendo fertili i campi un tempo paludosi. Il lavoro di costruzione del nuovo canale si concluse positivamente il 26 aprile 1830: le acque dell’Ombrone arrivarono velocissime nella palude bonificando tutto il territorio circostante.

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